Il sessanta per cento dei feti cresceva senza problemi, nelle loro placente alloggiate in uno spesso bozzolo di tubicini di scambio, ma provenivano da otto sole colture di ovuli. Da lì a un anno, se i suoi calcoli segreti sarebbero stati confermati, la situazione sarebbe stata ancor più grave. Quanto tempo restava prima che non ci fossero più abbastanza ovuli da soddisfare la domanda, sempre crescente… o addirittura da mantenere stabile di numero la popolazione? Ethan mugolò, immaginando un futuro in cui le sue prospettive di lavoro continuavano a diminuire… sempreché, ancora prima, non fosse stato travolto da una folla inferocita di non-padri d’aspetto ursino…

Scrollò via quei pensieri funesti. Si doveva fare qualcosa, senza dubbio, prima che la situazione precipitasse a quel punto. Qualcosa doveva esser fatto.


Quella preoccupazione continuò a echeggiare come una luttuosa nota stridente, in sottofondo alle normali e spesso piacevoli giornate lavorative di Ethan, nei tre mesi successivi al suo ritorno dalle ferie. Un’altra cultura ovarica, il gruppo LMS-10, avvizzì e fu dichiarata morta, e la produzione di cellule-uovo della cultura EEH-9 diminuì della metà. Sarebbe stata la prossima ad andarsene, calcolò Ethan. La prima novità in quella fosca parabola discendente arrivò del tutto inaspettata.

— Ethan? — La voce del capo del personale, Desroches, suonava tesa anche attraverso l’intercom. Sulla sua faccia c’era un’espressione strana: le labbra, incorniciate fra i mustacchi e la voluminosa barba nera, continuavano a fremere agli angoli. Non aveva affatto l’aria bisbetica, minacciosa, che in quegli anni era diventata la sua caratteristica permanente. Incuriosito, Ethan depose con cura sul bancone del laboratorio la microsiringa e si avvicinò allo schermo.

— Sì, signore?

— Vorrei che lei salisse un momento nel mio ufficio. Subito, se non le spiace.

— Ho appena cominciato una fertilizzazione…



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