
Il tecnico in attesa presso la porta venne a prendere il replicatore uterino che aveva così fedelmente incubato il feto per tre quarti di un anno. Le luci spia e i monitor dell’apparecchio erano spenti, adesso; l’uomo cominciò a staccarlo dal banco dov’era fissata una fila di macchinari identici, per portarlo al piano di sotto dove sarebbe stato pulito e riprogrammato.
Ethan si volse al padre dell’infante, che s’era fatto avanti con ansia. — Peso ideale, colorito ottimo, riflessi soddisfacenti. Posso assegnare a suo figlio un A-più, signore.
L’uomo sorrise, tirò su col naso, ebbe una breve risata e si asciugò una lacrima d’emozione dall’angolo di un occhio. — È un miracolo, Dr. Urquhart.
— È un miracolo che succede una decina di volte al giorno, qui a Sevarin. — Ethan sorrise.
— Lei non si annoia mai, dottore?
Ethan abbassò uno sguardo compiaciuto sul neonato, che agitava le gambe e apriva e chiudeva i pugni dentro la bacinella. — No. Mai.
Ethan era preoccupato per il CJB-9. Accelerò il passo nei silenziosi e pulitissimi corridoi del Centro di Riproduzione del Distretto di Sevarin. Era quasi la fine del turno di notte, e lui era stanco; la sera prima era venuto in anticipo per occuparsi di un paio di nascite difficili.
L’ultima mezzora del turno era stata come al solito la più indaffarata per tutti, un crescendo di rapporti da compilare e di istruzioni ai colleghi che sbadigliando arrivavano per sostituirli. Ethan non aveva sbadigliato, ma si fermò a prendere due tazze di caffè nero al distributore nell’ingresso del reparto tecnico, prima di far visita al caposquadra dei tecnomedici nel suo cubicolo di monitoraggio.
Georos lo salutò con un cenno, e la sua mano proseguì il movimento per afferrare la tazza che lui gli porgeva. — Grazie, signore. Come sono andate le sue ferie?
