
— Hai il dovere di ubbidire a tuo padre, non a me — disse l’arcimago.
Teneva ancora gli occhi fissi su Arren, e in quel momento il ragazzo alzò la testa. Nel compiere quell’atto di sottomissione aveva dimenticato ogni cosa, ma adesso vedeva l’arcimago: il più grande incantatore di tutto Earthsea, l’uomo che aveva tappato il Nero Pozzo di Fundaur e aveva strappato l’Anello di Erreth-Akbe alle Tombe di Atuan e aveva costruito la possente diga marina di Nepp; il navigatore che conosceva tutti i mari da Astowell a Selidor; l’unico Signore dei Draghi vivente. E adesso stava lì, inginocchiato accanto a una fontana: un uomo non più giovane, di statura modesta, dalla voce quieta e dagli occhi profondi come la sera.
In tutta fretta, Arren si alzò e si inginocchiò secondo la consuetudine. — Mio signore — disse, balbettando, — permetti che io ti serva!
Tutta la sua sicurezza era svanita: aveva il volto avvampato, e la sua voce tremava.
Al fianco portava una spada, entro un fodero di cuoio istoriato a intarsi rossi e oro; ma la spada era semplicissima, con l’elsa consunta di bronzo argentato. La sguainò prontissimo, e ne presentò l’elsa all’arcimago, come un vassallo al suo principe.
L’arcimago non tese la mano per toccare l’impugnatura della spada. Guardò l’arma, e poi guardò Arren. — È tua, non mia — disse. — E tu non sei il servitore di nessuno.
— Ma mio padre ha detto che potevo restare su Roke fino a quando avessi appreso cos’è questo maleficio, e magari un po’ dell’arte: non ho esperienza, non credo di avere del potere, ma tra i miei antenati c’erano alcuni maghi… Se potessi imparare, in un modo o nell’altro, a rendermi utile a te…
— I tuoi antenati — disse l’arcimago, — erano re prima di essere maghi.
Si alzò, e a passi silenziosi ed energici si accostò ad Arren, gli prese la mano e lo fece alzare. — Ti ringrazio per la tua offerta di servirmi; e sebbene non l’accetti in questo momento, forse lo farò dopo che avremo tenuto consiglio sul problema.
