
Il gruppo di uffici al ventesimo piano del Nippon Times Building in Taylor Street dominava la Baia. Dalla finestra poteva osservare le navi che entravano, passando sotto il Golden Gate. Proprio in quel momento si vedeva un mercantile al di là di Alcatraz, ma il signor Tagomi non se ne curò. Andò verso la parete, sciolse la cordicella e abbassò la tapparella di bambù, coprendo la finestra. Il vasto ufficio centrale divenne più buio; adesso non doveva più socchiudere gli occhi per ripararsi dal riverbero. Adesso poteva riflettere con maggiore lucidità.
Non aveva la possibilità, decise, di soddisfare il suo cliente. Qualunque cosa gli avesse portato il signor Childan, il suo cliente non ne sarebbe stato impressionato. Guardiamo in faccia la realtà, si era detto. Quanto possiamo impedirgli di rimanere del tutto deluso.
Possiamo risparmiargli l’insulto di un regalo inadeguato.
Ben presto il cliente avrebbe raggiunto l’aeroporto di San Francisco a bordo del nuovo razzo tedesco, l’esclusivo Messerschmitt 9-E. Il signor Tagomi non era mai salito a bordo di un velivolo come quello. Al momento dell’incontro con il signor Baynes, sarebbe dovuto stare attento a simulare indifferenza, per quando grande si potesse rivelare il razzo. E adesso pensiamo a fare un po’ di pratica. Si mise davanti allo specchio sulla parete dell’ufficio e atteggiò il volto a un’espressione di compostezza appena annoiata, esaminando i suoi stessi lineamenti freddi in cerca di qualunque eventuale segno di tradimento. «Sì, sono molto rumorosi, signor Baynes, signore. Non si può leggere. Però il volo da Stoccolma a San Francisco dura solo quarantacinque minuti.» O magari un accenno a proposito delle carenze meccaniche dei tedeschi? «Immagino che abbia sentito la radio. Quell’incidente sul Madagascar. Devo dire che i vecchi aerei a pistoni potrebbero ancora fare la loro parte.»
