
Kay Scarpetta sta passando lungo la parte posteriore del complesso, che è ancora intatta e le sembra identica a come la ricordava. Il parcheggio è vuoto, a parte un grosso trattore giallo fermo proprio dove lei aveva il posto macchina quando dirigeva l’istituto, appena a destra dell’entrata. Per un attimo, le pare di risentire la saracinesca cigolante che si azionava premendo un grosso pulsante rosso e verde, le voci, il viavai di carri funebri, ambulanze e barelle che trasportavano i sacchi grigi in cui erano chiusi i cadaveri. Giorno e notte, notte e giorno, senza soluzione di continuità.
«Guarda bene» dice a Marino.
«Ho già visto tutto quello che c’è da vedere» ribatte lui. «Quanti giri vuoi fare intorno al palazzo?»
«Due. Per farmi un quadro preciso della situazione.»
Svolta a sinistra in Main Street e gira intorno al cantiere a velocità lievemente più alta. Passando di nuovo davanti al parcheggio, nota un uomo in pantaloni verde oliva e giacca nera vicino a un trattore giallo, che traffica con il motore. Capisce che sta cercando di riparare un guasto e rabbrividisce nel vederlo davanti alla grossa ruota nera.
«Secondo me, ti conviene lasciare il berretto in macchina» dice a Marino.
«Come, scusa?» chiede lui voltandosi dalla sua parte.
«Mi hai sentito benissimo. È solo un consiglio da amica» risponde Kay, mentre l’uomo davanti al trattore scompare alla sua vista.
«Tu mi dai spesso consigli» replica lui. «Non so se da amica, però.» Si toglie il berretto con la scritta LAPD e lo guarda pensoso. Ha la fronte sudata e rasati a zero i pochi capelli che madre natura gli ha lasciato.
«Non mi hai mai detto perché adesso ti radi a zero» gli dice.
