E la cosa che fa più andare in bestia è il fatto che hanno tutto organizzato in maniera tale da impedire praticamente qualsiasi reazione. Sì, si può dare un colpetto di qua, un colpetto di là, ma non si può fare come il giardiniere che può rimettere a posto le cose con una buona potatura generale. Così io mi sfogo con le mosche. Le mosche non influenzano i sondaggi d’opinione, non ancora, comunque. Ma per ritornare a Cambridge — lei è sgusciato tra le maglie in maniera molto astuta — io ho bisogno di qualcosa per giustificare la posizione al CERN. Di un argomento solido che mi consenta di discutere. Qualcosa come il suo ritorno a Cambridge.»

Isaac Newton capì che era arrivato il momento cruciale, che doveva puntare mani e piedi se non voleva farsi sopraffare.

«Continuo ad avere la sensazione», rispose, «che sarebbe come pagare due volte la stessa merce: la prima volta con la relazione, la seconda con il ritorno a Cambridge.»

«In tal caso, lei sarebbe in credito, non le pare?» rispose rapido il Primo Ministro.

Dopo un attimo di silenzio, Isaac Newton riprese a difendersi come meglio poteva: «Potrò apparirle venale, signor Primo Ministro, ma le dispiacerebbe precisare meglio?»

Questa volta toccò al Primo Ministro concedersi una pausa di riflessione. La conversazione venne interrotta da un lieve bussare alla porta, che offrì al Primo Ministro una facile via d’uscita.

«Ah, dev’essere Pingo. Dio, come passa il tempo! Il Qatar incombe su di noi.»

Si udì di nuovo bussare. Quando nessuno entrò nonostante l’invito del Primo Ministro, Isaac Newton andò alla porta e l’aprì, e il Primo Ministro ebbe la sensazione che egli fosse inciampato in qualcosa.

Fuori c’era davvero Pingo che, afferrando Isaac Newton per il braccio, gli chiese in tono preoccupato: «C’è qualcosa che non va, dottor Newton?»

«No», rispose lui, raddrizzandosi. «Credo di essere inciampato, ecco tutto.»



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