
Frances Margaret riprese la bicicletta e imboccò lentamente il viale che porta dal New Cavendish Laboratory alla Madingley Road. Tentava di persuadersi che la faccenda della luce in realtà non era così sinistra come le era sembrata. Si era imposta di ritornare lungo il corridoio al proprio ufficio. Ma dopo aver preso una cartella di documenti se ne era andata in fretta, se non proprio a gambe levate. In seguito si convinse di aver saputo sin d’allora che cos’era quella luce; infatti l’avrebbe vista ancora.
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Due giorni più tardi, lunedì mattina, alle dieci in punto una macchina con targa diplomatica si fermava davanti al cancello principale del CERN, il Consiglio Europeo delle Ricerche Nucleari, alla periferia di Ginevra. Un uomo dall’aspetto estremamente florido e rubizzo mostrò alcuni documenti alla guardia al cancello e questa fece subito un cenno con la mano perché l’automobile proseguisse.
Un’ora prima, due uomini si erano incontrati in uno degli uffici amministrativi del CERN. Entrambi dovevano aver superato da qualche anno la trentina ed entrambi erano studiosi di fisica. Uno proveniva da Amburgo, nella Germania Occidentale, l’altro da Cambridge, in Inghilterra — benché il lieve accento di quest’ultimo e la statura eccezionalmente alta rivelassero che non doveva essere natio dell’Inghilterra orientale bensì del sudovest dell’isola. Lui e il tedesco stavano esaminando immagini riprese in una camera a bolle, sparpagliate su un lungo tavolo.
«Beh, Kurt», osservò infine l’inglese con un’espressione insieme divertita e perplessa, «a vederlo così si direbbe proprio il quark che cerchiamo. Finalmente.»
Il tedesco aveva la fronte spaziosa e un ciuffo di capelli ribelle che era costretto a ravviarsi di quando in quando, come fece anche in quel momento.
