
L'ondata di calore che infieriva da dieci giorni continuava ad avvolgere e soffocare New York. Andy si grattò un fianco nel punto dove una goccia di sudore discendeva sulla sua pelle, poi allontanò le gambe dai raggi del sole e rassodò il guanciale sotto il capo. Dall'altra parte della parete sottile che divideva la stanza in due, gli giunse il frullio di un motore, rumore che presto si rinforzò sino a diventare un acuto ronzio.
«Buongiorno!» gridò forte Andy, ma fu subito colto da un accesso di tosse. Tossendo si alzò, attraversò la stanza per prendersi un po' d'acqua da un serbatoio appeso al muro. Ne uscì appena un filo d'acqua scura. Vuotò d'un sol tratto il bicchiere, poi picchiò con le nocche sul quadrante del misuratore di livello. L'ago oscillò avanti e indietro, ma rimase sempre vicino al segno vuoto. Occorreva riempirlo, ci avrebbe pensato lui, oggi, prima di timbrare il cartellino, alle quattro, al suo distretto. La giornata era cominciata.
Egli avvicinò il viso al lungo specchio, spaccato dall'alto in basso, dell'ingombrante armadio, fregandosi la mascella ispida di barba. Prima di andare in ufficio se la sarebbe fatta. Non ci si dovrebbe mai guardare allo specchio di buon mattino, nudi e indifesi, si disse con disgusto, osservando accigliato la pelle cerea e le gambe un po' arcuate, cosa che i calzoni usualmente nascondevano. Come faceva ad avere delle costole sporgenti come quelle di un cavallo denutrito e, al tempo stesso, la tendenza a metter su pancia? Si massaggiò l'adipe molle e si disse che il fenomeno era da attribuirsi ai troppi farinacei che mangiava, e anche al fatto di stare sempre seduto. Sul viso perlomeno segni di grasso non se ne vedevano. La sua fronte diventava purtroppo ogni anno sempre più alta, ma questo difetto era meno evidente se si tagliava i capelli a spazzola.
