Era particolarmente felice di sfuggire alla curiosità di una coppia molto discutibile, un uomo e un ragazzo, vestiti in abiti uguali, tipo padre-e-figlio: l’uomo troppo evidentemente agitato e saputo, il ragazzino piccato e annoiato. Gaspard si augurò che Joe la Guardia fosse abbastanza sveglio da impedire a quest’ultimo di pasticciare con la sua adorata macchina.

Tuttavia, conscio della presenza del pubblico, Gaspard tirò fuori la sua grossa pipa ricurva di schiuma, bionda come il miele, ne sollevò il coperchio di filigrana d’argento e vi premette una presa di tabacco prelevata dalla borsa di foca dalla cerniera d’oro. E si accigliò lievemente, mentre lo faceva. Dover fumare quella mostruosità tedesca era quasi l’unica cosa antipatica nella sua professione di scrittore, oltre ai vestiti un po’ incongrui che era obbligato a portare. Ma gli editori erano perversamente minuziosi quando si trattava di stabilire quelle clausole contrattuali, come lo erano quando si trattava di obbligare uno scrittore a lavorare per l’intero turno, anche se i mulini-a-parole non giravano.

Ma non gli importava un accidente, ricordò a se stesso con un sorriso; presto sarebbe stato uno scrittore patentato, autorizzato a portare una maglietta, a farsi rapare a zero e a fumare sigarette in pubblico. E certamente, come scrittore a giornata, stava molto meglio di un apprendista scrittore, che generalmente era obbligato a portare un costume come una tunica greca, una toga romana, una tonaca da frate o cose del genere. Gaspard aveva conosciuto persino un povero diavolo di scrittore che gli spiritosi sadici del sindacato avevano imbrogliato, inducendolo ad accettare, per contratto, di vestirsi come un babilonese e di portare sempre con sé tre tavolette di pietra, uno stilo e un martello. Anche considerando che il pubblico voleva gli autori circondati da un’atmosfera appropriata, quello era veramente troppo.



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