
— Vostra Maestà — disse la voce paziente dell'Adigar di corte — i messi stanno per ripartire. Vorrebbero rendervi omaggio.
Ah, sì, quei due pallidi ambasciatori giunti dall'altra parte dell'oceano occidentale! Gli dispiaceva vederli partire, perché, nel loro abominevole taprobani, gli avevano portato notizie di molte meraviglie; anche se nessuna di queste, lo ammettevano loro per primi, poteva competere con quella fortezza-palazzo in cielo.
Kalidas voltò la schiena alla montagna coronata di bianco, alla terra secca e bruciata, e prese a scendere gli scalini di granito che portavano alla sala delle udienze. Dietro di lui, il ciambellano e i suoi aiutanti portavano doni d'avorio e di pietre preziose per gli uomini alti, fieri, che attendevano di salutarlo. Presto i doni di Taprobane avrebbero solcato il mare, sarebbero giunti a una città di molti secoli più giovane di Ranapur; e forse, per un po', avrebbero distolto dai suoi pensieri l'Imperatore Adriano.
Il Mahanayake Thero s'incamminò lentamente verso il parapetto nord. La sua tonaca arancione spiccava, vivacissima, contro l'intonaco bianco delle pareti del tempio. Molto più in basso si stendeva la scacchiera delle risaie che correvano da un orizzonte all'altro, le forme scure dei canali d'irrigazione, lo splendore blu del Paravana Samudra; e, oltre quel mare interno, le sacre cupole di Ranapur si ergevano in cielo come spettri, smisurate fino all'incredibile quando ci si rendeva conto della loro distanza. Aveva osservato quel panorama sempre diverso per trent'anni, ma sapeva che non sarebbe mai riuscito ad afferrare ogni dettaglio della sua sfuggente complessità. Colori e linee di confine mutavano ad ognf stagione, anzi, al passare di ogni nube. "E quando anch'io sarò passato" pensò il Bodhidharma "vedrò qualcosa di nuovo".
