Ma lui aveva altre consolazioni, anche se destinate a durare poco. Lì, protetti da fossati e bastioni, c'erano gli specchi d'acqua e le fontane e i Giardini del Piacere in cui aveva profuso le ricchezze del suo regno. E quando si stancava di tutto quello, c'erano le signore della montagna: quelle in carne e ossa, della cui compagnia godeva sempre meno spesso; e le duecento immortali, immutabili, con cui sovente divideva i suoi pensieri, perché non poteva fidarsi di nessun altro.

A occidente risuonò il tuono. Kalidas distolse gli occhi dalla minaccia incombente della montagna, si volse verso quella lontana speranza di pioggia. I monsoni erano in ritardo. I laghi artificiali che alimentavano il complesso sistema d'irrigazione dell'isola erano quasi asciutti. A quell'epoca, avrebbe già dovuto vedere l'acqua scintillare nel più grande dei laghi, quello che, come sapeva benissimo, i suoi sudditi osavano ancora chiamare col nome di suo padre: Paravana Samudra, il Mare di Paravana. Era stato completato solo trent'anni prima, dopo generazioni e generazioni di lavoro. Allora, in giorni più felici, il giovane Principe Kalidas teneva fieramente il fianco del padre, e le grandi paratoie si erano aperte e l'acqua che dà la vita si era rovesciata sulla terra assetata. Nel regno intero non esisteva spettacolo più meraviglioso del dolce incresparsi di quel lago immenso, costruito dall'uomo, che rifletteva le cupole e le spirali di Ranapur, la Città d'Oro, l'antica capitale che lui aveva abbandonato per inseguire il suo sogno.

Il tuono rombò di nuovo, ma Kalidas sapeva che la sua promessa era falsa. Anche lì, sulla cima della Montagna del Maligno, l'aria era immota, stagnante. Non c'era traccia delle raffiche improvvise, imprevedibili, che annunciavano l'arrivo del monsone. Prima che giungessero le piògge, forse alle sue preoccupazioni si sarebbe aggiunta anche la carestia.



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