Nessuno aveva creduto che sarebbe rimasto lontano dalla scena per tanto tempo. — Tornerai fra sei mesi — gli aveva detto il Presidente mondiale Chu. — Il potere dà assuefazione.

— Non a me — aveva risposto lui, sincero.

Perché era stato il potere a cercarlo; lui non l'aveva mai inseguito. E si era sempre trattato di un tipo di potere molto speciale, molto limitato, consultivo e non esecutivo. La sua carica era quella di assistente speciale (facente funzione d'ambasciatore) per gli Affari Politici, responsabile direttamente al Presidente e al Consiglio, e il suo gruppo non era mai stato composto di più di dieci elementi; undici al massimo, contando ARISTOTELE (il suo terminale era ancora collegato ai centri della memoria e dell'elaborazione di Ari, e si parlavano diverse volte l'anno). Ma negli ultimi tempi il Consiglio aveva sempre accettato i suoi suggerimenti, e il mondo aveva regalato a lui quasi tutti gli onori che invece dovevano andare agli sconosciuti, oscuri burocrati della Divisione Pace.

E così, la fama ricadeva solo sull'ambasciatore a disposizione Rajasinghe che correva da un punto caldo all'altro, e qui rinforzava un ego, là evitava una crisi, manipolando la verità con abilità consumata. Naturalmente non mentiva mai; sarebbe stato fatale. Senza l'infallibile memoria di Ari, non sarebbe mai riuscito a tenere sotto controllo le ragnatele intricate che a volte era costretto a tessere perché l'umanità potesse vivere in pace. E quando quel gioco cominciò a piacergli per quello che era, giunse il momento di ritirarsi.

Era successo vent'anni prima, e lui non aveva mai rimpianto quella decisione. Quelli che avevano predetto che la noia sarebbe riuscita dove le tentazioni del potere avevano fallito non lo conoscevano, oppure non capivano le sue origini.



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