Grazie a lunghe e amare esperienze, Rajasinghe aveva imparato a non fidarsi mai delle prime impressioni, ma anche a non ignorarle mai. In un certo senso si aspettava che Vannevar Morgan, per essere all'altezza di quello che aveva compiuto, fosse un uomo di dimensioni notevoli, imponente. Invece l'ingegnere era di statura inferiore alla media, e a una prima occhiata lo si sarebbe giudicato di corporatura fragile. Però quel corpo magro era tutto nervi, e i capelli neri, corvini, incorniciavano una faccia che sembrava molto più giovane dei suoi cinquantun anni. La foto trasmessa dall'archivio biografico di Ari non gli rendeva giustizia: quell'uomo avrebbe dovuto essere un poeta romantico, o un pianista, oppure, forse, un grande attore, capace di tenere migliaia di persone col fiato sospeso. Rajasinghe riconosceva subito il potere, perché il potere era stato il suo lavoro; e in quel momento si trovava di fronte al potere. Attento agli uomini piccoli, si era detto spesso, perché sono loro che muovono e scuotono il mondo.

E, assieme a quel pensiero, giunse la prima ondata d'apprensione. Quasi ogni settimana, vecchi amici e vecchi nemici giungevano in quell'angolo remoto, per raccontargli le novità e per ricordare assieme il passato. Quelle visite gli facevano piacere, perché davano un senso di continuità alla sua esistenza. Però lui conosceva sempre, con un grado d'accuratezza estremo, lo scopo dell'incontro e il terreno su cui ci si sarebbe mossi. E invece, a quanto gli risultava, lui e Morgan non possedevano interessi in comune, al di là delle affinità che legano gli uomini di una certa epoca. Non si erano mai incontrati, non erano mai entrati in contatto; anzi, quasi non aveva riconosciuto il nome di Morgan. E fatto ancora più insolito, l'ingegnere gli aveva chiesto di non divulgare la notizia del loro incontro.



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