
Rajasinghe non sapeva se Morgan avesse avuto una parte in quella piccola débàcle. Comunque la cosa importava ben poco, visto che adesso il suo nome era legato al trionfo più recente della TCC…
Lo avevano battezzato il Ponte dei Ponti, e forse non a torto. Rajasinghe, come metà della popolazione mondiale, aveva ammirato lo spettacolo dell'ultimo tratto di ponte che veniva dolcemente sollevato in cielo dal "Graf Zeppelin", un'altra meraviglia del secolo. I lussuosi arredi dell'aeronave erano stati tolti per alleggerirla; la famosa piscina era stata svuotata e i reattori pompavano il calore in eccesso nei palloni, aumentando la spinta ascensionale. Era la prima volta che un peso di oltre mille tonnellate veniva sollevato a tre chilometri d'altezza, e tutto (fra la rabbia di milioni di spettatori, senza dubbio) era andato alla perfezione.
Nessuna nave avrebbe mai più oltrepassato le Colonne d'Ercole senza rendere omaggio al ponte più colossale che l'uomo avesse mai costruito; o che, con ogni probabilità, avrebbe mai costruito. I due pilastri al punto d'incontro fra il Mediterraneo e l'Atlantico erano le strutture più alte del pianeta, e stavano l'una di fronte all'altra, separate da quindici chilometri di spazio vuoto su cui si tendeva l'incredibile, delicato arco del Ponte di Gibilterra. Era un onore conoscere l'uomo che lo aveva concepito, anche se arrivava con un'ora di ritardo.
— Le mie scuse, ambasciatore — disse Morgan, scendendo dal triciclo. — Spero che il ritardo non vi abbia recato disturbo.
— Niente affatto. Il mio tempo è solo mio. Spero che abbiate già mangiato.
— Sì. Hanno annullato la coincidenza per Roma, però mi hanno offerto un ottimo pranzo.
