
Ogni anno, da molti secoli, migliaia di pellegrini compiono la salita fino alla cima alta 2240 metri. La salita non è più pericolosa, perché esistono due scalinate (che certo devono essere le più lunghe del mondo) che conducono fino alla cima. Una volta vi sono salito anch'io, e per parecchi giorni le mie gambe sono rimaste paralizzate. Ma ne valeva la pena, perché ho avuto la fortuna di vedere il magnifico, stupefacente spettacolo dell'ombra della montagna all'alba: un cono perfettamente simmetrico visibile solo per i primi minuti dopo l'alba, che si estende quasi sino all'orizzonte al di sopra delle nubi molto più basse.
In seguito ho esplorato la montagna, con uno sforzo notevolmente inferiore, su un elicottero della Sri Lanka Air Force, e sono giunto abbastanza vicino al tempio per osservare le espressioni rassegnate sulle facce dei monaci, ormai abituati a queste intrusioni rumorose.
La fortezza di Yakkagala in realtà si chiama Sigiriya (o Sigiri, «La Montagna del Leone»): una realtà talmente sorprendente che non ho avuto bisogno di cambiare niente. Le libertà che mi sono preso sono unicamente di ordine cronologico, perché il palazzo sulla cima della montagna (secondo la Cronaca di Ceylon, il «Culavamsa») è stato costruito sotto il regno del re parricida Kasyapa I (478-495 d.C). Però è poco probabile che un'impresa di tali dimensioni sia stata portata a compimento in soli diciotto anni, da un usurpatore che poteva aspettarsi da un momento all'altro di essere sfidato, e la vera storia di Sigiriya potrebbe risalire a molti secoli prima.
Il carattere, le idee e l'effettivo destino di Kasyapa hanno scatenato molte ipotesi, tornate d'attualità negli ultimi anni in seguito alla pubblicazione di «The Story of Sigiri» (La storia di Sigiri, Colombo, 1972) del professor Senerat Paranavitana. Gli sono inoltre grato per il suo studio monumentale, in due volumi, delle iscrizioni sulla Parete a Specchio, «Sigiri Graffiti» (Oxford, 1956). Alcuni dei versi che cito sono veri; altri sono parzialmente inventati.
