
L'una dopo l'altra, nascendo dal terreno come per magia, le snelle colonne d'acqua si lanciarono verso il cielo senza nubi. Alte quattro volte un uomo, fiorirono in una rugiada di spruzzi. Il sole che si rifrangeva su di loro creava una nebbiolina d'arcobaleni che rendeva ancora più strana e più bella la scena. Mai, nell'intera storia di Taprobane, occhi umani avevano visto una meraviglia simile.
Il Re sorrise, e i cortigiani trovarono il coraggio di tirare di nuovo il respiro. Questa volta le tubature interrate non erano esplose sotto la pressione dell'acqua. A differenza dei loro sfortunati predecessori, i muratori che le avevano deposte avevano discrete possibilità di arrivare alla vecchiaia, come tutti quelli che lavoravano per Kalidas.
Con la stessa lentezza del sole al tramonto, le colonne d'acqua stavano diventando più piccole. Adesso non erano più alte d'un uomo: i serbatoi riempiti con tanta fatica erano quasi vuoti. Ma il Re era estremamente soddisfatto. Alzò la mano, e le fontane guizzarono e si levarono di nuovo come per rendere un ultimo omaggio al trono, poi si esaurirono in silenzio. Per un po' le acque si agitarono avanti e indietro sulla superficie delle vasche; poi tornarono di nuovo a essere specchi immobili, che riflettevano l'immagine della Montagna eterna.
— Gli uomini hanno lavorato bene — disse Kalidas. — Ridate loro la libertà.
"Quanto" bene, ovviamente, non lo avrebbero mai capito, perché nessuno poteva condividere le visioni solitarie di un artista-re. E Kalidas, mentre scrutava i meravigliosi giardini che circondavano Yakkagala, provò il massimo della felicità che gli era concessa.
