
Il sospiro di Karellen fu tecnicamente perfetto, ma mancava di convinzione.
«Ed è anche il vostro sentimento, non è vero?»
La domanda era retorica, e Stormgren non si preoccupò di rispondere.
«Mi domando se vi rendete conto» continuò seriamente «di come questa situazione renda difficile il mio lavoro…»
«Credetemi, non facilita nemmeno il mio» rispose Karellen, con una certa vivacità. «Vorrei che la gente la smettesse di considerarmi un dittatore e si ricordasse che sono soltanto un funzionario incaricato di seguire una politica coloniale nella cui elaborazione non ha messo mano.»
Questa definizione di sé, pensò Stormgren, era alquanto impegnativa; ma fino a che punto corrispondeva alla verità?
«Non potreste almeno darci una spiegazione per la vostra invisibilità?
Noi non riusciamo a trovarne, e la cosa ci disturba e fa nascere chiacchiere interminabili.»
Karellen fece udire la sua risata profonda, troppo risonante per essere del tutto umana.
«Che cosa si crede di me, adesso? La teoria del robot è ancora valida?
Preferirei, comunque essere una massa di valvole elettroniche che qualcosa di simile a un millepiedi… ah, sì, ho visto ieri quella vignetta sul «Chicago Tribune»! Ho una mezza idea di chiederne l’originale!»
Stormgren strinse le labbra. C’erano momenti in cui Karellen sembrava prendere i suoi doveri troppo alla leggera.
«Si tratta di una cosa molto seria» disse il Segretario Generale in tono di rimprovero.
«Mio caro Rikki» rispose Karellen «ma è soltanto non prendendo la razza umana sul serio, che riesco a conservare quel che ancora mi resta della mia forza mentale, assai considerevole un tempo.»
Stormgren non poté fare a meno di sorridere.
