Tra i suoi diretti subalterni non ce n’era uno che non abitasse in un appartamento più signorile, ma per Stormgren quello andava benissimo. Il Segretario Generale d’altronde aveva raggiunto una posizione per cui né le proprietà private né le cerimonie ufficiali potevano aggiungere qualcosa alla sua statura. La notte era calda, quasi afosa, ma il cielo era limpido e la luna brillava bassa a sud-ovest. A dieci chilometri, le luci di New York segnavano l’orizzonte simili a un’alba pietrificatasi nell’attimo della sua comparsa. Stormgren alzò lo sguardo sopra la metropoli addormentata, scalando ancora una volta le altitudini che lui solo, di tutti gli esseri umani, aveva affrontato. Per lontana che fosse, riusciva a distinguere lo scafo della nave di Karellen scintillante ai raggi della luna. Si chiese che cosa facesse in quel momento il Supercontrollore, dato che non credeva che i Superni dormissero.

Altissima, una meteora trafisse la volta del cielo come una lancia infuocata. La scia luminosa indugiò per qualche istante sempre più fioca sul manto nero della notte e infine si spense lentamente, lasciando solo le stelle. L’analogia nacque di colpo nella sua mente: fra cento anni, Karellen avrebbe ancora guidato il genere umano verso la meta che lui solo conosceva; ma fra quattro mesi un altro sarebbe stato Segretario Generale. Cosa che, di per sé, Stormgren era lungi dal rimpiangere, ma voleva dire che gli rimaneva poco tempo se sperava di scoprire che cosa si nascondesse dietro quello schermo spento.

Solo da qualche giorno aveva osato ammettere che il mistero dei Superni lo ossessionava. Fino a poco tempo prima, la sua fede in Karellen lo aveva salvato da ogni dubbio; ma ora le pretese della Lega della Libertà cominciavano a fare effetto anche su di lui. Era vero che la propaganda sull’asservimento dell’uomo era solo propaganda. Pochi ci credevano veramente o desideravano realmente tornare ai vecchi tempi.



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