Stormgren si era avvicinato alla scrivania e si stava gingillando col suo fermacarte d’uranio. Non era nervoso o preoccupato, ma soltanto perplesso. Inoltre, era contento del ritardo di Wainwright: gli avrebbe dato un leggero vantaggio morale quando il colloquio avesse avuto inizio. Banalità di questo genere avevano, nelle vicende umane, una importanza maggiore di quanto potesse desiderare chiunque fidasse nella logica.

«Eccoli!» disse a un tratto Van Ryberg, premendo la faccia contro il vetro della finestra. «Stanno arrivando dalla Avenue… saranno almeno tremila…»

Stormgren prese il suo taccuino e tornò alla finestra. A meno di un chi-lometro di distanza una folla decisa muoveva lentamente verso il Palazzo del Ministero. Inalberava cartelli con scritte, indecifrabili a quella distanza. Ma Stormgren le conosceva già. Dalla strada, sopra il rumore del traffico, venivano le voci dei dimostranti, minacciose nello scandire dei loro slogan. Possibile che il mondo non ne avesse avuto ancora abbastanza di cortei di protesta e di slogan arrabbiati?

La turba era giunta davanti al palazzo. Probabilmente sapevano che lui stava guardando la manifestazione, perché qua e là dei pugni vennero agitati in alto, convulsi. Non intendevano sfidare lui, anche se il gesto era fatto con l’intenzione che Stormgren lo vedesse. Come i pigmei che minacciavano un gigante, quei pugni erano puntati contro un punto del cielo cinquanta chilometri al di sopra delle loro teste, contro una rilucente sagoma argentea: la nave ammiraglia della flotta dei Superni. E, molto probabilmente, pensò Stormgren, Karellen stava osservando tutto quel che succedeva e si divertiva enormemente, perché quella manifestazione non sarebbe avvenuta senza il consenso del Controllore. Quella era la prima volta che Stormgren s’incontrava col capo della Lega della Libertà. Aveva smesso di chiedersi se il passo fosse saggio, dato che i piani di Karellen erano spesso troppo sottili per un’intelligenza semplicemente umana.



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