«Queste sono le copie» – decretò – «Il cavaliere Martino ce l’aveva fatto sapere.»

Collura aggelò: aveva sbagliato tutto. E decise di non occuparsi più della facenna. La sera stessa il rappresentante se ne ripartì, lasciando intendere che l’assicurazione avrebbe pagato. La notte, nel suo letto, Cecè Collura si contò una storia. C’è un sissantino innamorato della giovane moglie. La vendita dei gioielli che lei possiede, assediato com’è dagli strozzini, potrebbe dargli tanticchia d’ossigeno. Ma non osa dirlo a Irene, tanto più che la picciotta ignora la sua situazione economica disperata. Quel giorno, sulla scialuppa, gli si presenta una soluzione: far cadere in acqua i veri gioielli e riscuotere i soldi dell’assicurazione. Per i gioielli nuovi da ricomprare, si vedrà. Cecè Collura si ripromise di non contare quella storia a nessuno: gli era servita solo per pigliare sonno. E s’inquadrava perfettamente con le altre storie che gli erano capitate per cui non arrinisciva più a capacitarsi se quella crociera fosse vera o virtuale.

Che fine ha fatto la piccola Irene?

Prima d’accettare l’offerta d’imbarco, Cecè Collura ne aveva parlato col suo maestro e amico Salvo Montalbano, che faceva il suo stesso misteri a Vigata, ma era omo di grande spirenzia. Montalbano l’aveva taliato a lungo senza parlare, poi si era addeciso a raprire bocca.

«Cecè, tu l’hai mai fatto qualche volo transoceanico?»

Alla sola idea, la fronte di Collura s’imperlò di sudore.

«No, fino a questo momento il Signore mi ha risparmiato.»

«Vedi, Cecè, quando t’appresenti a bordo dell’aereo, ti ricevono le hostess che sono linde e pinte. Divisa senza una piega, manco un capello fora di posto. Dopo tanticchia che si è partiti, le hostess si levano la divisa e indossano una speciedi vistitazzo da travaglio. E lo sai perché?»



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