«No, non lo so e manco lo vorrei sapiri.»

«Devi saperlo, invece. Si cangiano il vestito perché addiventano serve. Agli ordini di quello che non gli piace il mangiare e ne vuole uno diverso, agli ordini di chi soffre per il volo e si vomita addosso, agli ordini di una madre che deve cangiare il pannolino a un picciliddro, agli ordini…»

Cecè Collura, bianco in faccia, l’interruppe.

«E secondo te un commissario di bordo deve puliziare il sederino ai neonati?»

«Non dico questo; ma quasi.»

Forse, rifletté dopo qualche giorno di navigazione Cecè Collura, Montalbano era stato troppo pessimista, come del resto era nel suo carattere. È vero, rogne e camurrie coi crocieristi ce n’erano ogni giorno, ma capitava macari ogni tanto qualche cosa che metteva in ballo le sue doti di sbirro. Come quando la figlia della signora Spoto, che aveva appena tre mesi, si volatilizzò.

La signora Laura Spoto doveva avere passato la trentina e forse era una bella fimmina. Forse, perché quella che stava davanti a Cecè Collura era una povirazza con gli occhi rossi e abbottati dalle lacrime, due solchi profondi ai lati della bocca, la pelle di un cattivo colore. Contò che, dopo aver ce nato, era andata a dar da mangiare alla sua bambina che si chiamava Irene. Come faceva ogni sera.

«L’allatta lei, signora?»

No, non l’allattava lei, ma si era portata appresso tutto il necessario e la cabina era attrezzatissima. Proseguì, tra i singhiozzi, dicendo che verso le ventidue, essendosi Irene addormentata, aveva deciso di pigliare tanticchia d’aria facendo quattro passi sul ponte più vicino alla sua cabina, una matrimoniale esterna. Quando era tornata, dopo manco mezz’ora, aveva aperto la porta e non aveva visto la bambina sul letto dove l’aveva lasciata. Pensò fosse caduta malgrado l’avesse messa in mezzo a due cuscini per protezione. La cercò sempre più disperatamente.



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