Una notte lo squillo penetrante del telefono l’arrisbigliò.

Accese la luce, taliò il ralogio: le quattro del mattino. Era il suo vice.

«Commissario, può venire in ufficio? C’è un’emergenza.»

Il vice non era persona di chiacchiera, voleva dire che la cosa era seria.

In ufficio ci stava una signora anziana che indossava una vestaglia di gran classe e pareva molto agitata.

«Mi permette, commissario?» – fece il triestino.

Andarono nel retroufficio, dove i passeggeri non erano ammessi e che era attrezzato con telefoni satellitari, computers vari e Internet.

«La signora sostiene d’aver visto un fantasma.»

«Dove?»

«Nella sua cabina. Stava dormendo, s’è svegliata e l’ha visto. È schizzata via dal letto.»

«Aveva bevuto?»

«Pare di no, dice d’essere astemia.»

«Si droga?»

«Alla sua età?!»

«Carissimo, non si è reso conto che i vecchi oggi fanno di tutto per non parere tali? Ma insomma, che vuole?»

«Vuole cambiare cabina.»

«Va bene, trasferiamola e facciamola finita.»

«Non è così semplice, commissario. La signora era terrorizzata, scappando si è messa a urlare, ha percorso avanti e indietro il corridoio prima d’essere fermata da una cameriera. Altri passeggeri si sono svegliati, si sono riversati nel corridoio… C’era anche quel giornalista, purtroppo. Ho dovuto faticare per far tornare la calma. Bisognerebbe inventarsi qualcosa per tranquillizzarli.

«Altrimenti domani tutti quelli che occupano le cabine del corridoio 22c vorranno cambiare posto.»

«Andiamo a parlare con questa vecchia pazza. Prima però mi faccia vedere la sua scheda.»

Risultò che la signora, anzi signorina, Candida Meneghetti era una pensionata di 77 anni, residente a Bologna. Viaggiava sola.

«Signorina Meneghetti» – esordì il commissario che non sapeva né come principiare né come finire il discorso – «si sente bene?»



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