Dopo appena una simana di navigazione, Cecè Collura non ne poteva più del giornalista freelance Davide Birolli il quale, va a sapere perché, gli si era attaccato peggio di una sanguetta, tanto che c’era stato un momento nel quale il commissario di bordo era stato tentato di mollare tutto e di farsi sbarcare al primo scalo.

Questo Birolli, trentino, occhi spiritati darrè gli occhialetti, capelli perennemente percorsi da una corrente elettrica a 350 volts, era stato ingaggiato dalla società armatrice della nave (vitto e alloggio gratis, cospicuo assegno finale) perché scrivesse una serie d’articoli di costume a tutto vantaggio dell’idea che andarsene a spasso per il mare fosse il massimo di benessere che uno potesse permettersi. Senonché la società armatrice non si era informata bene su come la pensava il giornalista il quale, appena messo piede sulla nave, si era proclamato, a dritta e a mancina, omo e pensatore della sinistra più irriducibile. Fortemente critico verso il concetto stesso di crociera, che lui definiva «un viaggio immobile» e a volte macari «un viaggio parassitario fatto da parassiti», andava a trovare Cecè Collura nel suo ufficio e ci stava tutta la santa giornata.

«Non trova anche lei, commissario, che queste crociere siano terribilmente reazionarie?»

«In che senso, scusi?»

«Nel senso che in ogni crociera quello che succede è tutto risaputo, rimasticato, combinatorio. L’immaginario viene ammazzato da una sorta di rimbambimento collettivo. È sempre la stessa pappa.»

“Pappa che tu ti sbafi” – pensò Cecè Collura – “senza guadagnartela: ancora non hai scritto un rigo.”

«L’innocuo, il rassicurante, sono reazionari perché non producono dubbi.»

«Ha presente il Titanic?» – gli spiò Collura che si era scassatolo scassabile.

«Sì. Ebbè?»

«Quella, a suo parere, è stata invece una crociera progressista?»

L’altro s’imparpagliò un momento e il commissario ne approfittò per mettersi a parlare col suo vice.



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