— È davvero tanto importante? — domandò Arnie girandosi, le mani sprofondate nelle tasche del camice bianco da laboratorio. Sulla manica si notavano macchie di unto e sul polsino spiccava un foro orlato di bruno, prodotto dalla scintilla di un saldatore di rame.

— Temo proprio di sì. I tuoi soci israeliani sono impazienti di sapere che cosa ti è successo. Hanno ricostruito i tuoi spostamenti con l’aiuto di un tassista. Hanno scoperto che sei partito per Belfast con un volo della SAS, ma che non sei mai arrivato là. E poiché l’unica fermata intermedia era qui, a Copenaghen, è stato impossibile nascondere la tua attuale residenza, anche se, come mi è stato detto, il personale dell’aeroporto li ha tenuti a bada per un bel pezzo.

— Quel Jørgensen avrebbe fatto meglio a guadagnarsi lo stipendio che si mette in tasca…

— È proprio quello che ha tentato di fare. È stato tanto caparbio che per poco non è scoppiato un incidente internazionale, prima che il ministro degli interni ammettesse che eri qui. Ora insistono per parlare con te.

— E perché, poi? Sono un libero cittadino e posso andare dove mi pare.

— E tu diglielo! Si sono lasciati sfuggire oscuri accenni a un rapimento…

— Cosa? Credono che i danesi siano arabi, o qualcosa del genere?

Ove scoppiò a ridere, contorcendosi sulla sedia, mentre Arnie si avvicinava, furente, e si fermava davanti alla scrivania.

— No, niente di simile — rispose. — Sanno, per via ufficiosa, che tu sei venuto qui spontaneamente e che nessuno ti ha torto un capello. Ma sono curiosi di sapere perché lo hai fatto, e decisi a non andarsene senza avere avuto una risposta. Proprio ora c’è una commissione ufficiale al Royal Hotel. Dicono che rilasceranno dichiarazioni alla stampa, se non potranno vederti.



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