— Questo non deve succedere — mormorò Arnie, preoccupato.

— È quello che pensiamo anche noi. Ecco perché ti si prega di ricevere gli israeliani e di confermare che tu stai benone e che possono tornarsene a casa col prossimo volo. Nient’altro.

— Non ho alcuna intenzione di aggiungere altro! E chi hanno mandato?

— Quattro persone, ma credo che tre siano soltanto comparse. Mi sono intrattenuto con loro quasi tutta la mattina, e ho potuto constatare che l’unico che avesse una certa autorità era il generale Gev…

— Buon Dio! Proprio lui!

— Lo conosci?

— Anche troppo bene. E lui conosce me. Preferirei parlare con chiunque altro.

— Temo proprio che non ti sarà possibile. Gev è lì fuori, che aspetta di vederti. Ha dichiarato che, se non riuscirà a parlare con te, si rivolgerà immediatamente alla stampa.

— E gli puoi credere. Ha imparato a combattere nel deserto. La miglior difesa è l’attacco! È meglio accontentarli e farla finita. Ma non lasciarmi solo con lui più di quindici minuti. Sarebbe capace di convincermi a seguirlo.

— Ne dubito. — Ove si alzò e indicò la sua sedia. — Siediti lì, e metti la scrivania fra voi due. Dà sempre una certa impressione di forza. E poi, lui dovrà sedersi sulla sedia di quando ero studente, che è dura come la pietra.

— Se anche fosse un cactus, quello non farebbe una piega — rispose Arnie, depresso. — Tu non lo conosci come lo conosco io.

La porta si richiuse, e ci fu silenzio. Di quando in quando, il richiamo gioioso di qualche studente penetrava attutito attraverso i doppi vetri della finestra. Nell’interno della stanza si poteva udire distintamente il tic-tac dell’orologio di Bornholm. Arnie fissava senza vederle le proprie mani posate sulla scrivania davanti a sé, e si domandava che cosa avrebbe risposto a Gev. Doveva sbottonarsi il meno possibile.



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