— Non vorrei sembrare eccessivo, ma posso affermare che la mia presenza qui ha un’importanza nazionale. Volete, per favore, chiamare questo numero e chiedere del professor Ove Rude Rasmussen? Ne avete sentito parlare?

— Naturalmente. È un Premio Nobel. Ma non si può disturbarlo a quest’ora…

— Siamo vecchi amici, non se ne avrà a male. E ci sono ragioni abbastanza serie da giustificare la, telefonata.

Era passata l’una del mattino e Rasmussen, sentendo lo squillo del telefono, grugnì come un orso disturbato durante l’ibernazione.

— Chi è? Cosa diavolo significa… Sa for Satan!… Sei proprio tu, Arnie. Da dove diavolo telefoni? Da Kastrup? — Poi ascoltò pazientemente, mentre l’altro gli esponeva la situazione.

— Allora, vuoi aiutarmi? — domandò Arnie.

— Ma sicuro! Anche se non so che cosa si possa fare. Aspettami lì. Mi infilo i pantaloni e sono da te.

Passarono tre quarti d’ora. Jørgensen incominciava a sentirsi a disagio in quel silenzio, con lo sguardo vuoto di Arnie fisso al calendario appeso alla parete. Si mise, dunque, con attenzione esagerata, ad aprire un nuovo pacchetto di tabacco; poi si accinse ad accendere la pipa. Se anche Arnie gli fece caso, non lo diede certo a vedere: aveva ben altro a cui pensare. Quando qualcuno bussò alla porta, Jørgensen quasi si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.

— Arnie… sei proprio tu!

Rasmussen era come nelle foto pubblicate dai giornali: un tipo magro, col viso incorniciato da una barba ricciuta, e senza baffi. I due uomini si strinsero vigorosamente la mano e ci mancò poco che non cadessero l’uno nelle braccia dell’altro, mentre le rispettive facce si illuminavano di un cordiale sorriso.



8 из 200