
— Løitnant Jørgensen — si presentò, quando la porta si fu richiusa e si trovarono soli.
— Arnie Klein.
— Må jeg se Deres pas?
Arnie gli allungò il passaporto e l’altro lo guardò, stupito, vedendo che non era danese.
— Siete israeliano, allora! Sentendovi parlare, avevo creduto… — Arnie non rispose e l’altro sfogliò rapidamente il documento, posandolo poi aperto sulla scrivania.
— Mi sembra tutto regolare, professore. Che posso fare per voi?
— Voglio fermarmi in questo paese. Ora.
— Questo è impossibile. Siete qui di passaggio. Non avete il visto. Vi consiglio di arrivare a destinazione e di rivolgervi al console danese di Belfast. Vi rilascerà il visto in un giorno, due al massimo.
— Voglio fermarmi in Danimarca subito. Per questo ho chiesto di parlare con voi perché siate tanto cortese da sistemare la cosa. Sono nato a Copenaghen e sono cresciuto a una quindicina di chilometri da qui. Non dovrebbero esserci difficoltà.
— Sono certo che non ce ne saranno. — L’uomo gli tese il passaporto. — Ma qui, ora, non si può fare proprio niente. A Belfast…
— Sembra che non abbiate capito. — La voce di Arnie era tranquilla come l’espressione del suo viso, ma le parole erano cariche di significato. — Devo assolutamente fermarmi nel paese ora, stanotte. Dovete trovare un sistema. Chiamate i vostri superiori. C’è la faccenda della duplice nazionalità. Sono danese quanto voi.
— Può darsi. — C’era una sfumatura di esasperazione nella voce dell’altro, adesso. — Io però non sono anche cittadino israeliano e voi sì. Temo proprio che dovrete salire sul prossimo aereo…
Le sue parole rimbalzarono nel silenzio profondo: Arnie non le ascoltava. Aveva posato sulle ginocchia la sua valigetta e l’aveva aperta. Poi aveva estratto una rubrica per indirizzi che stava sfogliando attentamente.
