
Era abbastanza facile scalare il muro, usando le crepe come appigli. La Divorata e una bambina che si chiamava Penthe stavano sedute in cima al muro, in un pomeriggio di primavera inoltrata. Avevano tutte e due dodici anni. Avrebbero dovute essere nella stanza di tessitura della Casa Grande, un immenso attico di pietra; avrebbero dovuto essere al lavoro sui grandi telai, sempre tramati di opaca lana nera, a tessere la stoffa per le vesti. Erano uscite per bere al pozzo del cortile, e poi Arha aveva detto «Vieni!» e aveva condotto l’altra bambina giù per il declivio, fuori vista dalla Casa Grande, fino al muro. Adesso sedevano lassù, a tre braccia d’altezza, con le gambe nude penzolanti all’esterno, e guardavano le piatte pianure che si stendevano all’infinito verso est e verso nord.
— Mi piacerebbe vedere il mare — disse Penthe.
— Perché? — chiese Arha, mordicchiando uno stelo amaro d’erbalatte che aveva strappato dal muro. La terra, quasi sterile, aveva finito da poco di fiorire. Tutti i piccoli fiori del deserto, gialli e rosei e bianchi, che crescevano bassi e sbocciavano in fretta, stavano andando a seme, e disperdevano nel vento minuscole piume e ombrelli biancocinerei, lasciando cadere le ingegnose lappole uncinate. Il suolo, sotto i meli del frutteto, era una marea di bianco e di rosa livido. I rami erano verdi, i soli alberi verdi in un raggio di molte miglia intorno al Luogo. Tutto il resto, da orizzonte a orizzonte, era del colore opaco e lionato del deserto, e solo le montagne avevano una tinta azzurrina e argentea, la tinta dei primi boccioli della salvia.
— Ah, non so perché. Mi piacerebbe vedere qualcosa di diverso, ecco tutto. Qui è tanto monotono. Non accade mai nulla.
— Tutto ciò che accade altrove incomincia qui — disse Arha.
— Oh, lo so… Ma mi piacerebbe veder accadere qualcosa!
Penthe sorrise. Era una bambina tenera, tranquilla.
