
— Uuuh! Uuuh! Faccia di patata! — cantilenò Arha, un mormorio sarcastico, fievole come il vento tra l’erba.
Il passo pesante si arrestò. — Ehilà! — disse la voce incerta. — Piccola? Arha?
Silenzio.
Manan proseguì.
— Uuuh-uh! Faccia di patata!
— Uuuh! Faccia di patata! — bisbigliò Penthe, imitandola; e poi gemette, sforzandosi di reprimere un risolino.
— C’è qualcuno?
Silenzio.
— Oh, bene, bene, bene — sospirò l’eunuco, e i suoi lenti passi proseguirono. Quando ebbe superato il dosso del pendio, le ragazzine tornarono ad arrampicarsi in cima al muro. Penthe era tutta rosea per il sudore e l’ilarità repressa, ma Arha sembrava infuriata.
— Quello stupido vecchio impiccione! Mi segue sempre dappertutto!
— Deve farlo — disse Penthe, in tono ragionevole. — È il suo compito, badare a te.
— Coloro che io servo badano a me. Devo soddisfare loro; non devo soddisfare nessun altro. Quelle vecchie donne e quei mezzi uomini dovrebbero lasciarmi in pace. Io sono l’Unica Sacerdotessa.
Penthe la fissò: — Oh — disse con un filo di voce, — oh, lo so benissimo, Arha.
— E allora dovrebbero lasciarmi stare. E non continuare a darmi ordini!
Per un po’, Penthe non disse nulla ma sospirò e restò seduta a dondolare le gambe grassottelle e a guardare le immense terre pallide che salivano tanto lentamente verso l’orizzonte immane, alto e indistinto.
— Dovrai incominciare presto a darli tu, gli ordini, sai — disse infine, con voce pacata. — Tra due anni non saremo più bambine. Avremo quattordici anni. Io andrò al tempio del re-dio, e per me le cose continueranno più o meno come adesso. Ma tu, allora, sarai veramente la somma sacerdotessa. Perfino Kossil e Thar dovranno ubbidirti.
