
Non mi facevo illusioni. Il rinvio era stato concesso, probabilmente, perché la mia esecuzione doveva avvenire prima della fine del semestre. Nell’Istituto c’era scarsità di Nemici dell’Umanità, e diverse tesi dovevano essere terminate. Due volte al giorno, una delle pareti della cella cambiava colore e cominciava a brillare. Dall’altra parte un professore teneva una lezione di psicologia. Se avvicinavo la faccia, potevo vedere file di studenti seduti in un’aula. Ma ben presto mi stancai di guardare.
Circa una volta alla settimana venivano a visitarmi gruppi di studenti già laureati. Si sedevano sul mio divano, nervosi, concentrati, una serie di ragazze e di ragazzi con volti seri e sopracciglia aggrottate. Mi facevano domande per un’ora, senza evidentemente sapere cosa pensare di me. Agli inizi mi ingegnavo di trovare risposte bizzarre alle loro domande, però mi stancai anche di quello. Talvolta restavo seduta tutta l’ora senza dire niente.
La mia vita si trascinava verso la sua fine.
Lilo-Alexander-Calypso aspettava il mattino seduta nella propria cella. Non aveva ancora deciso se sarebbe riuscita a salire quei gradini solitari. Un anno prima, quando non era così schifosamente imminente, le era stato facile comportarsi da coraggiosa. Adesso si rendeva conto che la sua spavalderia era derivata dalla convinzione profonda che era impossibile che qualcuno la uccidesse davvero. Ma aveva avuto tutto il tempo necessario per pensare. Camera a gas, forca. Sedia elettrica. Rogo. Plotone d’esecuzione. Appesa per il collo finché non sei morta, morta, morta, e possa Dio riciclare la tua anima.
Per fantasiosi che fossero, quei metodi avevano tutti uno scopo semplicissimo. Dovevano far cessare il battito di un cuore umano. In seguito il criterio per determinare la morte era diventato l’attività cerebrale.
