
— Siediti.
Mi sono seduto.
— Bisogna trovare una persona, — ha detto, e ha fatto una pausa. Lunga. Ha corrugato la fronte con rabbia, formando delle grosse pieghe. Ha sbuffato. Si poteva pensare che non gli fossero piaciute le sue stesse parole. O la forma o il contenuto. Sua Eccellenza ama la precisione assoluta nelle formulazioni.
— Chi, precisamente? — ho chiesto, per tirarlo fuori dal suo torpore filologico.
— Lev Vjačeslavovič Abalkin. Progressore. È atterrato l’altro ieri sulla Terra proveniente dalla base polare di Sarakš. Ma sulla Terra non è stato registrato. Bisogna trovarlo.
Tacque di nuovo e per la prima volta sollevò su di me i suoi occhi rotondi, di un verde innaturale. Era chiaramente in difficoltà, e perciò capii che si trattava di una cosa seria.
Un Progressore che non ritenga necessario registrare il proprio ritorno sulla Terra compie, se vogliamo esser severi, un’infrazione alle regole, ma da questo a suscitare l’interesse della nostra Commissione, e addirittura di Sua Eccellenza, ce ne corre. E inoltre Sua Eccellenza era palesemente a disagio, tanto che avevo la sensazione che da un momento all’altro si sarebbe appoggiato allo schienale della poltrona, avrebbe sospirato di sollievo e avrebbe detto: «Tutto bene. Scusa. Me ne occuperò io stesso». Casi del genere si erano già verificati. Raramente, ma si erano verificati.
— Ci sono ragioni per credere — disse Sua Eccellenza — che Lev Abalkin si nasconda.
Quindici anni fa avrei chiesto avidamente: «Da chi?», ma sono passati appunto quindici anni, e l’epoca della curiosità è passata da tempo.
— Devi trovarlo e riferire a me, — continuò Sua Eccellenza. — Nessun ricorso alla forza. Anzi, nessun contatto in assoluto. Devi trovarlo, tenerlo sotto controllo e riferire a me. Niente di più e niente di meno.
Cercai di cavarmela annuendo con l’aria di chi aveva capito, ma lui mi fissò in tal modo che ritenni indispensabile ripetere l’ordine lentamente e con ponderazione.
