
Presi la cartella. Sulla Terra non ne avevo mai vista una simile. La copertina di plastica sbiadita era chiusa da un lucchetto metallico, e sopra era tracciato in rosso carminio: LEV VJAČESLAVOVIČ ABALKIN. E più giù, chissà perché, 07.
— Ascolti, Eccellenza, — dissi. — Perché in questo modo?
— Perché è l’unico, — rispose lui freddamente. — A proposito, non permetto la riproduzione cristallina. Altre domande?
Era chiaro che non si trattava di un invito, ma semplicemente di un lieve sarcasmo. Di domande ce ne erano tante; ma, senza aver preso visione del contenuto della cartella, non aveva senso farle. Tuttavia me ne permisi due.
— Tempo a disposizione?
— Cinque giorni. Non di più.
«Bisogna farcela a tutti i costi», pensai.
— Posso essere sicuro che si trovi sulla Terra?
— Puoi.
Mi alzai per andarmene, ma non si decideva a congedarmi. Mi fissava da capo a piedi con quei suoi occhi verdi, e le pupille gli si restringevano e si allargavano, come quelle di un gatto. Certo, vedeva chiaramente che non ero contento dell’incarico affidatomi, che mi sembrava non solo strano ma, per esprimermi con delicatezza, assurdo. Tuttavia, per qualche ragione, non poteva dirmi più di quanto già mi avesse detto. E, nello stesso tempo, non voleva congedarmi senza aggiungere ancora qualcosa.
— Ricordi, — disse infine, — sul pianeta Sarakš, un certo Sikorski, alias il Nomade, inseguiva un vivace sbarbatello di nome Mak…
Me lo ricordavo.
— Allora — disse Sua Eccellenza, — Sikorski non ce la fece. Noi due invece ce la dobbiamo fare. Perché il pianeta ora non si chiama Sarakš, ma Terra. E Lev Abalkin non è uno sbarbatello.
— Parla per indovinelli, capo? — dissi, per nascondere l’inquietudine che mi aveva invaso.
