— Bene! Basta così! — gridò la madre di Esk. — Cern, tu, con Gulta ed Esk potete andare a vedere come sta la Nonnina e… dov’è Esk?

I due figli più piccoli smisero di litigare senza troppa convinzione e vennero fuori da sotto il tavolo.

— È andata nell’orto — annunciò Gulta. — Ancora.

— Allora va e riportala qui, e poi filate.

— Ma fa freddo!

— Sta per nevicare di nuovo!

— Sono solo meno di due chilometri e la strada è abbastanza sgombra. E chi ci teneva tanto ad andare fuori quando abbiamo avuto la prima nevicata? Sparite e non tornate finché non sarete di umore migliore.

Trovarono Esk appollaiata su una biforcazione del grosso melo. Ai ragazzini l’albero non piaceva molto. Tanto per cominciare, era talmente rivestito dal vischio da sembrare verdeggiante anche a metà inverno; e i suoi frutti erano piccoli e così aspri da darvi i crampi di stomaco per poi marcire dalla sera alla mattina; inoltre, benché sembrasse facile arrampicarcisi, accadeva spesso che i suoi rami si rompessero e vi facessero perdere l’equilibrio nei momenti meno opportuni. Una volta Cern aveva giurato che un ramo si era contorto apposta per farlo cadere. Ma l’albero tollerava Esk, che era solita sedercisi se era irritata o stufa o aveva semplicemente voglia di starsene da sola. I ragazzini sentivano che il diritto di ogni fratello di tormentare la propria sorella finiva ai piedi del tronco. Così le lanciarono una palla di neve. Che non la colpì.

— Andiamo a trovare la vecchia Weatherwax.

— Ma tu non sei obbligata a venire.

— Perché non faresti altro che farci rallentare e probabilmente ti metteresti a piangere.

Esk li guardò con aria solenne. Era una bambina che non piangeva molto, tanto sembrava che non servisse un granché.

— Se non volete che venga, allora verrò — disse. Tra fratelli, un discorso del genere passa per logica.



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