— Eskarina!

— Ma lui ha detto…

— Io ho detto…

— Sì, ma lui ha detto che lei aveva…

Il fabbro si chinò a darle uno schiaffo. Non era molto forte e se ne pentì subito. I ragazzi si beccavano un buono schiaffo e di quando in quando una cinghiata ogni volta che se lo meritavano. Il guaio con la figlia, tuttavia, non consisteva tanto nelle normali disubbidienze, quanto nel vezzo che aveva di seguire implacabile il filo di un argomento, anche parecchio tempo dopo che avrebbe dovuto smettere. Cosa che aveva sempre il potere d’infuriarlo.

La bimba scoppiò a piangere. Lui si alzò, arrabbiato e imbarazzato con se stesso, e uscì per andare alla fucina.

Si udì un forte scricchiolio e un tonfo.

Lo trovarono per terra privo di conoscenza. Dopo lui sostenne sempre di avere battuto la testa sul montante della porta. Cosa strana, perché Gordo non era molto alto e prima c’era sempre stato spazio più che sufficiente. Però lui era certo che, qualunque cosa fosse accaduta, non aveva nulla a che fare con la parvenza di un movimento proveniente dall’angolo più buio della fucina.

Comunque fosse, gli avvenimenti lasciarono un segno su quella giornata. Una giornata di vasellame rotto, una giornata in cui la gente si pestava i piedi e si irritava. La madre di Esk fece cadere una brocca che era appartenuta a sua nonna e nella soffitta un’intera cassetta di mele andò a male. Nella fucina la fornace si fece di cattivo umore e si rifiutò di tirare. Jaims, il figlio maggiore, scivolò su una lastra di ghiaccio per la strada e si fece male a un braccio. Il gatto bianco (o forse un suo discendente, visto che i gatti conducevano una loro propria vita complicata nel fienile adiacente alla fucina) si arrampicò su per il camino del retrocucina e rifiutò di scendere. Perfino il cielo si fece opprimente come un vecchio materasso e l’aria soffocante, malgrado la neve.

I nervi scossi, la noia, il malumore facevano vibrare l’aria come all’annuncio di un temporale.



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