
— Quale? — domandò l’uomo e i presenti ridacchiarono. Il mago sorrise.
— Tu hai sette figli, non è vero? E tu stesso eri l’ottavo figlio di tua madre?
Il viso del fabbro s’indurì. Si girò verso i compaesani. — Bene, ha smesso di piovere. Sparite, tutti quanti. Io e… — guardò il mago con le sopracciglia inarcate.
— Tamburo Billet — si presentò lui.
— Io e il signor Billet dobbiamo parlare di certe cose. — Agitò il suo martello con gesto vago. E uno dopo l’altro i presenti se ne andarono, allungando il collo nel caso il mago facesse qualche mossa interessante.
Il fabbro tirò fuori due sgabelli da sotto una panca. Da un armadietto vicino al cassone dell’acqua prese una bottiglia e riempì due bicchierini con un liquido incolore.
I due uomini rimasero per un po’ seduti a guardare la pioggia e la nebbia che scendeva sul ponte.
Poi il fabbro disse: — So di quale figlio parli. In questo momento la Nonnina si trova di sopra con mia moglie. Ottavo figlio di un ottavo figlio, già. Questo particolare mi era venuto in mente ma, a essere sincero, non gli ho dato molto peso. Bene, bene. Un mago in famiglia, eh?
— Capisci le cose al volo — commentò Billet. Il gatto bianco saltò a terra e con un balzo andò ad acciambellarsi in grembo al mago, che si mise ad accarezzarlo distrattamente con le dita sottili.
— Bene, bene — ripeté il fabbro. — Un mago a Cattivo Somaro, eh?
— Può darsi, può darsi. Naturalmente, prima dovrà andare all’Università — disse il mago. — Potrà riuscire molto bene, è ovvio.
Il fabbro valutò attentamente l’idea e decise che gli piaceva un sacco. Fu colpito da un pensiero.
— Aspetta un momento — disse. — Sto cercando di ricordarmi cosa mi diceva mio padre. Un mago che sa di essere prossimo a morire, può trasmettere in qualche modo la sua arte magica a una specie di successore, giusto?
