L’universo ne è pieno: villaggi nascosti, piccole città spazzate dal vento sotto vasti cieli, capanne isolate su fredde montagne. L’unica traccia che lasciano nella storia è il fatto di essere il luogo incredibilmente comune dove ha avuto inizio qualcosa di straordinario. Spesso c’è soltanto una piccola lapide a indicare che, contro ogni probabilità ginecologica, un personaggio molto famoso è nato a metà altezza di quel particolare muro.

La nebbia si arricciolava in volute tra le case mentre il mago, attraversato uno stretto ponte sopra il corso d’acqua rigonfio, si dirigeva verso la fucina del villaggio (sebbene non esista alcun nesso tra questi due fatti). Le spirali di nebbia ci sarebbero state comunque: era una nebbia esperta, che delle sue volute aveva fatto una vera e propria arte.

La fucina, naturalmente, era affollata. Una fucina è un posto dove si è sicuri di trovare un bel fuoco e qualcuno con cui parlare. Diversi abitanti del villaggio se ne stavano stravaccati nella calda penombra ma, all’avvicinarsi del mago, si raddrizzarono pieni di aspettativa, cercando di darsi un contegno intelligente, generalmente con scarso successo.

Il fabbro non avvertì il bisogno di mostrare tanta deferenza. Salutò il mago con un cenno di testa, ma era un saluto tra eguali. O così la pensava lui. Dopotutto, qualsiasi fabbro con qualche competenza ha una certa dimestichezza con la magia, o almeno ritiene di averla.

Il mago s’inchinò. Un gatto bianco addormentato vicino alla fornace si svegliò e lo guardò con attenzione.

— Come si chiama questo villaggio, signore? — chiese il mago. Il fabbro alzò le spalle.

— Cattivo Somaro — rispose.

— Cattivo…?

— Somaro — ripeté l’altro, in un tono come volesse sfidare chiunque trovasse da ridirci.

Il mago ci pensò su.

— Un nome con una storia dietro di sé — disse alla fine — che in altre circostanze avrei piacere di udire. Ma vorrei parlare con te, fabbro, di tuo figlio.



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