— Il bambino deve tenerla — decretò Tamburo Billet. Il fabbro annuì e armeggiò con la coperta fino a estrarne una minuscola manina rosa. La guidò con delicatezza verso il bastone. Che il bimbo afferrò stretto.

— Ma… — obiettò la levatrice.

— Va tutto bene, Nonnina, so quello che faccio. Lei è una strega, signore, non le presti attenzione. Bene, e adesso? — concluse l’uomo.

Il mago restò in silenzio.

— Che cosa facciamo o… — cominciò il fabbro e s’interruppe. Si chinò a guardare il viso del vecchio mago. Billet sorrideva. Chi avrebbe saputo dire perché?

Il fabbro rimise il piccolo nelle braccia dell’agitatissima levatrice. Poi, con la massima precauzione, sciolse le ditina pallide dalla verga.

Questa al tatto dava una sensazione strana, untuosa, come di elettricità statica. Il legno era quasi nero, ma gli intagli erano leggermente più chiari e facevano male agli occhi se si cercava di scoprire che cosa fossero di preciso.

— Sei contento di te stesso? — chiese la levatrice.

— Eh? Oh, sì. Sì, certo, Perché?

La donna scostò un lembo della coperta. Il fabbro guardò giù e deglutì.

— No — bisbigliò. — Lui aveva detto…

— E lui come avrebbe fatto a saperlo? — ribatté lei sprezzante.

— Ma lui ha detto che sarebbe stato un figlio!

— A me non sembra un figlio, amico.

Il fabbro si accasciò sullo sgabello, con la testa nelle mani.

— Che cosa ho fatto? — gemette.

— Hai dato al mondo il suo primo mago femmina — disse la levatrice. — Chi è il furbastro, allora?

— Cosa?

— Stavo parlando alla bimba.

Il gatto bianco faceva le fusa e inarcava la schiena come si stesse strofinando alle gambe di un vecchio amico. Strano, perché lì non c’era nessuno.



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