Di nuovo, andò verso la finestra e guardò giù, verso il traffico della Whitehall.

«È stato un pazzo?»

Il commento di Osborne non fu altro che una domanda mormorata.

«Torneremo agli aiuti americani in capo ad un anno,» ribatté il ministro.

«L’America, almeno, è un padrone che riusciamo a capire,» suggerì Osborne. «Queste informazioni di Andromeda abbiamo dovuto accettarle per la loro apparenza superficiale. I risultati sembravano splendidi. Ma chi aveva capito di cosa si trattava? Da qualche punto di quella spiraliforme nebulosa morente e già mezzo morta di Andromeda giunge un messaggio abbreviato che non ha senso per nessuno, se non per un calcolatore — e per una ragazza-fenomeno; e, forse, per un vero scienziato umano.»

«Vuoi dire Fleming,» disse il ministro.

Osborne lo ignorò. «Dal momento che un’intelligenza ci manda, da qualche recesso dello spazio, un torrente di dati tecnici, tali da metterci in grado di costruire obbedientemente una creatura antropomorfa, che guidi la sua macchina, chi può credere in buona fede che l’intero affare sia per il nostro beneficio, e non per il suo?»

Il ministro accese una sigaretta. Non poteva fare a meno di essere un poco impressionato dall’argomento. «È questo che pensava Fleming?» domandò.

«Che fosse un tentativo per sopraffarci? Sì. Non sto dicendo che abbia fatto saltare in aria il calcolatore, ma, se lo ha fatto, io, per quello che mi riguarda, non lo biasimo. Ringrazio invece Dio che non sia caduto nelle mani di qualcun altro.»

Il ministro era un uomo dalla mentalità semplice; non amava le discussioni morali; le persone se la cavavano meglio quando veniva detto loro soltanto quello che dovevano fare. «La patria a torto o a ragione, la mamma sobria o ubriaca,» era un detto che aveva udito quando era ragazzo. Lo trovava molto giusto.



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