Ma l’impressione di pompa dignitosa che egli considerava essenziale ad un funzionario-chiave della tecnocrazia scientifica della nazione era rovinata dallo sguardo spaventato degli occhi stanchi dietro gli occhiali, dal velo scuro di una barba rasata non perfettamente, e dalla bocca irrigidita.

Sedette davanti alla vasta scrivania di metallo pulitissima e priva di carte, ma ornata da molti telefoni, e fissò i visitatori che aveva fatto chiamare: Fleming e la Dawnay.

Madeleine Dawnay sedeva in una poltrona vicino alla finestra. Il suo viso piuttosto maschile era vagamente giallognolo, ed i suoi occhi vuoti per la stanchezza e la malattia. Si era aggiustata la gonna strettamente intorno al corpo emaciato, sentendo la mancanza del tepore uniforme dell’infermeria. Con aria riconoscente, sorseggiava una tazza di caffè che la segretaria di Geers le aveva portato.

I suoi occhi si muovevano pensosi da Geers a Fleming, che si appoggiava alla parete dell’ufficio. Non disse nulla, malgrado lo sguardo di muto appello che Geers le rivolse.

«Tutta Whitehall mi sta addosso,» cominciò lamentosamente Geers. «Il ministro della Difesa è sempre sul punto di scoppiare dalla rabbia, metà dei funzionari del Ministero della Scienza mi segnano a dito, e io non so nemmeno cosa sia successo.»

La Dawnay poggiò accuratamente la tazza di caffè sul davanzale della finestra. La breve azione fisica sembrò costarle uno sforzo. «Nemmeno io so quello che è successo,» disse quietamente.

«Osborne è arrivato alla stazione subito dopo le dieci. Con qualcun altro. La ragazza delle pubbliche relazioni li ha accompagnati nella stanza del calcolatore. Dio sa perché, ma, dopotutto, io sono soltanto il direttore qui. In seguito, quando Osborne ed il suo ospite ebbero segnato il proprio nome sul registro, l’operatore di turno chiuse a chiave per la notte.»



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