
«E Osborne tornò a Londra?» Fleming aveva un aspetto migliore, adesso; si era sbarbato ed aveva fatto il bagno; i suoi soliti calzoni sportivi, la camicia di flanella ed il pullover apparivano almeno moderatamente puliti. Aveva l’aria più scoraggiata che stanca, ma, al lato degli occhi e della bocca, si notavano ancora i segni dello shock.
«Sì,» disse Geers, «nessun altro è entrato nel fabbricato del calcolatore, ad eccezione della ragazza, Andromeda. Dopo un po’ che stava là dentro, il caporale di guardia ha creduto di sentire odore di bruciato. È entrato nella stanza di controllo principale, e ha trovato il posto in un disordine tremendo e saturo di fumo.»
«E dove stava André?» chiese la Dawnay.
«Era uscita dalla porta d’emergenza, secondo il caporale. Ad ogni modo, lei, o qualcun altro, aveva perso un guanto. Un guanto da uomo.»
Si volse e fissò Fleming, estraendo improvvisamente un guantone di pelle dal cassetto della scrivania: «Il suo.»
Fleming non si scomodò a guardare.
«Così, lei sa tutto,» disse Geers, «soltanto due persone sanno: lei e la ragazza. La ragazza è morta.»
Fleming annuì. Con lentezza esasperante ripeté: «La ragazza è morta. Proprio così.»
«Non proprio,» disse Geers, adirato. «Deve rispondere ancora ad alcune domande. Lei è l’unica persona, Fleming, che desiderava la distruzione del calcolatore. Lo ha sempre desiderato. Le posso fare presente che il suo schedario segreto è pieno di istanze in questo senso, sulle quali si è consumato la bocca. Sono felice, però, di poter dire che è l’unico. Gli altri hanno un maggior senso di lealtà, ed una visione più vasta delle cose.»
La Dawnay protestò: «Ritengo che alcuni di noi cominciassero ad avere dei dubbi.»
Geers si volse a guardarla, incredulo; stava per aprire bocca, quando il citofono prese a ronzare.
