Sotto l’appendice inferiore di questo pallone oscillava una navicella, che conteneva cinque passeggeri, appena visibili in mezzo agli spessi vapori, misti ad acqua polverizzata, che si trascinavano fin sulla superficie dell’oceano.

Da dove veniva questo aerostato, vero balocco in balia della spaventosa tempesta? Da quale punto del pianeta si era sollevato? Evidentemente, era impossibile che fosse partito mentre imperversava l’uragano. Ora, l’uragano durava già da cinque giorni, poiché i suoi primi sintomi s’erano manifestati il 18 marzo. Si poteva dunque pensare che quel pallone venisse da molto lontano, giacché non aveva certo dovuto percorrere meno di duemila miglia ogni ventiquattro ore.

A ogni modo, i passeggeri non avevano potuto avere a loro disposizione alcun mezzo per valutare il cammino percorso dalla loro partenza, perché mancava loro ogni punto di riferimento. E doveva pure verificarsi il fatto curioso che, travolti dalla violenza della tempesta, essi non la subivano. Si spostavano, giravano su se stessi, senza nulla risentire di questa rotazione, né del loro spostamento in senso orizzontale. I loro occhi non potevano penetrare la fitta nebbia che s’accumulava sotto la navicella. Attorno a essi tutto era bruma.

L’opacità delle nubi era tale ch’essi non avrebbero potuto dire se fosse giorno o notte. Nessun riflesso di luce, nessun segno di terre abitate, nessun mugghio dell’oceano doveva essere pervenuto sino a loro in quell’immensità oscura, finché s’erano tenuti nelle zone alte. Soltanto la rapida discesa li aveva resi consapevoli dei pericoli che correvano al di sopra dei flutti.

Intanto il pallone, alleggerito degli oggetti pesanti, come munizioni, armi, provviste, s’era rialzato sino agli strati superiori dell’atmosfera, a un’altezza di quattromilacinquecentopiedi.



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