I passeggeri, avendo constatato che sotto la navicella c’era il mare, e giudicando esservi meno pericoli da temere in alto che in basso, non avevano esitato a gettar via tutti gli oggetti, compresi i più utili; essi si sforzavano di non perdere nulla di quel gas, anima del loro apparecchio, che ancora li sosteneva sopra l’abisso.

La notte passò fra inquietudini che sarebbero state mortali per anime meno energiche. Poi si fece giorno e, col giorno, l’uragano sembrò moderarsi alquanto. Fin dall’inizio di quella giornata del 24 marzo, si ebbe qualche sintomo che la situazione andava migliorando. All’alba, le nubi, più rarefatte, erano risalite nel cielo. In poche ore la tromba d’aria si dilatò e s’infranse. Il vento passò dall’uragano al «vento forte», vale a dire la velocità di traslazione degli strati atmosferici si ridusse della metà. Restava ancora quello che i marinai chiamano «una brezza da tre mani di terzarolo»; ma il miglioramento verificatosi nella perturbazione degli elementi non fu perciò meno considerevole.

Verso le undici la parte più bassa dell’atmosfera si era alquanto schiarita. L’aria era di una limpidità umida, come quella che si vede, e anche si sente, dopo il passaggio dei grandi fenomeni atmosferici. Non pareva che la tempesta si fosse allontanata verso ovest. Sembrava che si fosse esaurita da sola. Forse, dopo la rottura della tromba, si era sfaldata in strati elettrici, così come accade talvolta ai tifoni dell’Oceano Indiano.

Ma, verso quella medesima ora, si sarebbe potuto constatare che il pallone scendeva di nuovo lentamente, ma continuamente, negli strati inferiori dell’aria. Sembrava, inoltre, che si sgonfiasse a poco a poco e che il suo involucro si allungasse distendendosi, passando, cioè, dalla forma sferica alla forma ovoidale.



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