
Sotto il portico si formarono due gruppi: gli esploratori e altri uomini e donne, quasi tutti giovani, intorno a Vera, e un gruppo più numeroso intorno a un uomo biondo, dagli occhi azzurri, che si chiamava Elia. Tra la folla, la suddivisione si ripeté, riecheggiando una foresta a cerchi d’alberi: piccoli cerchi, soprattutto di giovani, e cerchi più grandi, soprattutto di gente anziana. Discutevano tutti accalorandosi, ma senza collera. Quando una donna alta e vecchia cominciò ad agitare il rosso ombrello in direzione di una ragazza veemente e a gridare: — Vuoi scappare! Vuoi scappare e lasciarci alle prese con i Padroni! Ti meriti un sacco di botte! -, sferrando a titolo dimostrativo un colpo con l’ombrello, la folla che stava intorno parve dileguarsi, trascinando via la ragazza. La vecchia restò sola, rossa come l’ombrello che brandiva ancora rabbiosamente. Poi, aggrottando la fronte e mordendosi le labbra, andò a unirsi a un altro cerchio.
I due gruppi sotto il portico si erano uniti. Elia parlò con quieta intensità: — Una sfida diretta è violenza, Lev, come un pugno o una coltellata.
— Come rifiuto la violenza, così rifiuto di servire i violenti — disse il giovane.
— Se sfidi la richiesta del Consiglio, causerai violenza.
— Arresti, forse percosse: d’accordo. Ma noi vogliamo la libertà o soltanto la sicurezza?
— Sfidando Falco, in nome della libertà o di qualunque altra cosa, provochi la repressione. Fai il suo gioco. Ti metti nelle sue mani.
— Siamo già nelle sue mani, no? — disse Vera. — E vogliamo uscirne.
— Siamo tutti d’accordo: è ora che parliamo al Consiglio, con fermezza, ragionevolmente. Ma se cominciamo con una sfida, una violenza morale, non otterremo nulla e loro ricorreranno alla forza.
— Non intendiamo sfidarli — replicò Vera. — Ci limiteremo ad attenerci alla verità. Ma se loro cominceranno a usare la forza, sai bene che anche il nostro tentativo di ragionare diviene una resistenza.
