— Ma non possono avventurarsi così, nei territori disabitati — disse Luz, che aveva ascoltato i propri pensieri e non soltanto le parole del padre. — Chi coltiverebbe i nostri campi?

Suo padre ripeté la domanda, così trasformando un’espressione emotiva femminile in una mascolina valutazione dei fatti. — Naturalmente non si può permettere che comincino a disperdersi così. Sono la manodopera necessaria.

— Ma perché sono quelli di Shantih a svolgere quasi tutti i lavori agricoli?

— Perché non sanno fare altro. Porta via quell’acqua sporca, Michael.

— Quasi nessuno dei nostri sa coltivare la terra — disse Luz. Stava riflettendo. Aveva le sopracciglia scure, fortemente arcuate come quelle del padre, e quando rifletteva si congiungevano in una linea retta sopra gli occhi. A suo padre, ciò non piaceva: non era un’espressione adatta al grazioso volto di una ventenne. Le dava un’aria dura, poco femminile. Gliel’aveva ripetuto spesso, ma lei non aveva mai perso quella brutta abitudine.

— Mia cara, noi siamo abitanti della città, non contadini.

— Ma chi coltivava i campi prima che arrivassero quelli di Shantih? La colonia esisteva già da sessant’anni, quando sono giunti loro.

— Gli operai svolgevano il lavoro manuale, naturalmente. Ma neanche i nostri operai sono mai stati contadini. Noi siamo gente di città.

— E soffrivamo la fame, vero? C’erano le carestie. — Luz parlò in tono sognante, come se ricordasse una vecchia lezione di storia, ma le sue sopracciglia erano ancora abbassate in quella linea nera. — Durante i primi dieci anni della colonia, e in altre occasioni, molta gente è morta di fame. Non sapevano coltivare il riso palustre o le radici zuccherine, prima dell’arrivo di quelli di Shantih.

Anche le nere sopracciglia di suo padre, adesso, formavano una linea diritta. Lui congedò Michael e la cameriera e cambiò argomento, con un gesto secco. — È un errore — disse in tono asciutto, — mandare a scuola i contadini e le donne. I contadini diventano insolenti, le donne noiose.



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