Lev strinse le mani della ragazza; lei continuò a guardarlo negli occhi.

— È morto durante la notte.

— Ha sofferto molto?

— No — rispose Lev, mentendo.

Gli occhi di lei si riempirono di lacrime.

— Adesso è là — disse lui. — Gli abbiamo fatto un tumulo di macigni bianchi. Vicino a una cascata. Adesso… adesso è là.

Dietro di loro, tra il chiasso e il chiacchiericcio, si levò chiara una voce di donna: — Ma dov’è Timmo?

Le mani di Southwind divennero inerti nelle mani di Lev; lei parve rimpicciolire, rattrappirsi, ritirarsi.

— Vieni con me — disse lui, e cingendole le spalle con un braccio la condusse in silenzio alla casa di sua madre.

La lasciò là, con la madre e con la madre di Timmo. Uscì dalla casa e si fermò esitando, poi ritornò a passo lento verso la folla. Suo padre gli venne incontro: alla luce delle torce Lev ne vide i grigi capelli ricciuti e gli occhi ansiosi. Sasha era piccolo e esile; quando si abbracciarono, Lev sentì le ossa sotto la pelle, dure e fragili.

— Eri con Southwind?

— Sì. Non posso…

Per un momento rimase abbracciato al padre, e la mano dura e magra gli accarezzò il braccio. Gli occhi gli s’inumidirono, offuscando la luce delle torce. Quando si staccò, Sasha indietreggiò e lo guardò, senza dir nulla, con gli occhi fissi e la bocca nascosta dagl’ispidi baffi grigi.

— Tu stai bene?

Sasha annuì. — Sei stanco. Vieni a casa. — Mentre s’incamminavano lungo la via, disse: — Avete trovato la terra promessa?

— Sì. Una valle. La valle di un fiume. A cinque chilometri dal mare. C’è tutto quello che ci occorre. È bellissima, dominata dalle montagne: una catena dopo l’altra, sempre più alte, più alte delle nubi, e più bianche… Non puoi immaginare quanto si debba guardare in su, per vedere le vette più alte. — Lev si era fermato.



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