Oh, quando arriveremo,

Oh, quando arriveremo a Lisbona,

Le bianche navi ci attenderanno,

Oh, quando arriveremo…


Un uomo, sulla prima canoa, cominciò a cantare, e due o tre voci, sulla seconda, si unirono alla sua. Intorno a quel breve canto nostalgico si stendeva il silenzio della foresta disabitata.

Le rive si abbassarono ancora, si allontanarono, divennero più indistinte. Il fiume era un grìgio e silenzioso flusso ampio un chilometro. Il cielo si oscurava da un’occhiata all’altra. Poi, molto a sud, brillò un punto luminoso, remoto e chiaro, infrangendo l’oscurità.


Non c’era nessuno sveglio, negli abitati. Si avvicinarono attraversando le risaie, guidati dalle loro lanterne oscillanti. Aspirarono la pesante fragranza del fumo di torba nell’aria. Procedettero silenziosi come la pioggia lungo la via tra le casette addormentate, fino a quando Welcome gridò — Ehi, siamo arrivati! — e spalancò la porta di casa sua. — Sveglia, mamma! Sono io!

Cinque minuti dopo, metà del paese era in strada. Le luci si accendevano, le porte si spalancavano, i bambini saltellavano, cento voci parlavano, gridavano, interrogavano, lanciavano parole di benvenuto e di lode.

Lev andò incontro a Southwind, quando lei arrivò quasi di corsa, con gli occhi insonnoliti, un sorriso sulle labbra e uno scialle sui capelli scarmigliati. Lev tese le mani e prese le mani di lei, fermandola. Southwind lo guardò in faccia e rise. — Siete tornati, siete tornati!

Poi la sua espressione cambiò: guardò intorno, frettolosamente, girò lo sguardo sull’allegro scompiglio, e tornò a guardare Lev.

— Oh — disse. — Lo sapevo. Lo sapevo.

— Su, verso nord. A circa dieci giorni di marcia. Stavamo scendendo nella gola di un fiume. Le pietre gli sono scivolate sotto le mani. C’era un nido di scorpioni delle rocce. All’inizio sembrava che stesse bene. Ma c’erano decine di punture. Le mani gli si sono gonfiate…



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