Quand’era partito da Ibra, si era arrovellato sul modo in cui chiedere alla Provincara un posto presso di lei, nella sua casa, in nome dei tempi passati… Qualcosa, qualsiasi cosa — anche sedere ai piedi della sua tavola — purché non comportasse un lavoro troppo faticoso. Le sue ambizioni erano però andate scemando a mano a mano che procedeva verso est, valicando i passi montani per addentrarsi nel più freddo pianoro centrale. Forse il siniscalco o il capo stalliere gli avrebbero concesso un posto nelle scuderie, o magari in cucina, evitandogli così d’infastidire la grande dama. Se fosse riuscito a ottenere un incarico come sguattero, infatti, non sarebbe neppure stato obbligato a dare il suo vero nome… Del resto dubitava che, nella dimora della Provincara, ci fosse ancora qualcuno che si ricordasse di lui, all’epoca in cui aveva servito il defunto Provincar della Baocia in veste di paggio.

Il sogno di un silenzioso e appartato posto accanto al fuoco delle cucine, affrontando creature di certo non pericolose, come i cuochi, e incarichi più impegnativi dell’attingere acqua o trasportare legna da ardere, lo aveva aiutato a continuare la marcia, a testa bassa contro gli ultimi venti invernali. Quell’immagine di quiete lo aveva sospinto come un’ossessione, unita alla consapevolezza che ogni nuovo passo aumentava di una iarda la distanza da quell’incubo che era il mare. Lungo la strada solitaria aveva riflettuto per ore, valutando nomi adeguatamente servili da adottare per quella sua nuova identità anonima, ma adesso sembrava proprio che non sarebbe stato costretto a presentarsi davanti agli sguardi attoniti dei membri della corte della Provincara vestito di stracci, come un mendicante.

Invece Cazaril implora un contadino per avere il permesso d’impadronirsi degli abiti di un cadavere, ed è grato per il favore fattogli da entrambi. Oh, sì, umilmente grato, molto umilmente grato.



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