
Quando terminò, si rialzò con mosse rigide e si guardò intorno, procedendo quindi a raccogliere le carcasse del ratto e dei corvo e deponendole sul rogo, accanto alla testa e ai piedi dell’uomo.
A quanto pareva, quel giorno gli Dei avevano deciso di elargirgli un po’ di fortuna, ma lui non poté fare a meno di chiedersi sotto quale forma essa si sarebbe presentata, la volta seguente.
Mentre dal mulino in fiamme cominciava a levarsi una colonna di fumo oleoso, Cazaril tornò a incamminarsi sulla strada di Valenda, coi vestiti del morto legati in un fagotto. Sebbene fossero meno sporchi di quelli che aveva indosso, era comunque intenzionato a trovare una lavandaia per farli pulire. I vaida di rame di cui disponeva parevano ridursi sempre più a ogni conto mentale delle spese da affrontare, però a quello non avrebbe rinunciato.
La notte precedente aveva dormito in un granaio, tremando in mezzo alla paglia, dopo aver cenato con mezza pagnotta di pane stantio, usando poi l’altra metà per la colazione. La distanza che separava Zagosur, sulla mite costa di Ibra, dal cuore della Baocia, la provincia più centrale di Chalion, era di quasi trecento miglia, e lui non era riuscito a percorrerla abbastanza in fretta. Gli Accoliti del Tempio Ospedale della Madre Misericordiosa, un’istituzione di Zagosur votata al soccorso di tutti gli sciagurati restituiti dal mare, gli avevano dato a titolo di elemosina una piccola somma, che però si era esaurita quando, secondo i suoi calcoli, ormai gli rimaneva soltanto un giorno di viaggio, forse anche meno. Se fosse riuscito a camminare ancora per un po’, forse avrebbe potuto raggiungere il suo rifugio e strisciare infine al riparo.
