Ansimò, sforzandosi di recuperare la calma, consapevole di non avere le forze per sostenere una discussione, e che comunque quella gente non avrebbe avuto nessun motivo per credergli, ammesso che fosse riuscito a farsi ascoltare. Lentamente, si passò sugli occhi umidi la morbida manica di lino e, respirando l’intenso profumo lasciato dal passaggio di un ferro caldo, venne travolto dai ricordi di una giovinezza trascorsa in case degne di quel nome, e non dormendo nei fossi. Sembravano passati mille anni.

Sconfitto, si voltò e ripercorse la strada fino alla bottega della lavandaia e alla sua porta dipinta di verde, cui era attaccata una campanella che trillò non appena lui spinse timidamente il battente.

«C’è un angolo dove mi possa sedere, signora?» chiese, quando la lavandaia fece capolino nella bottega in risposta al suono del campanello. «Io… ho finito prima del previsto…»

Soffocato dalla vergogna, non riuscì a concludere la frase, ma la donna si limitò a scrollare le spalle robuste. «Ah, sì, certo, venite con me. Ah, un momento», aggiunse, chinandosi dietro il bancone e mostrando un libretto grande quanto la mano di Cazaril, rilegato in cuoio grezzo. «Ecco il vostro libro. Siete fortunato che abbia controllato le tasche, altrimenti adesso sarebbe ridotto in poltiglia, ve lo garantisco.»

Sorpreso, Cazaril prese il volumetto. Probabilmente era nascosto nelle spesse pieghe della sopravveste del morto, e ciò gli aveva impedito di scoprirlo quando aveva frettolosamente arrotolato gli abiti, al mulino. Naturalmente avrebbe dovuto essere consegnato alla Divina del Tempio, per essere aggiunto al resto degli averi del defunto. Per questa natte non tornerò di certo fin là, si disse, decidendo che avrebbe consegnato il libro non appena possibile.

«Vi ringrazio, signora», si limitò quindi a rispondere alla lavandaia, seguendola poi nel cortile centrale, simile a quello dei bagni vicini e dotato di un profondo pozzo, accanto al quale bolliva un calderone pieno d’acqua.



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