Quattro giovani donne erano impegnate su altrettante tinozze, in una miriade di spruzzi. La proprietaria della bottega gli indicò una panca addossata al muro, e lui si sedette fuori della portata degli schizzi, rimanendo per qualche tempo a fissare in uno stato di astratta beatitudine quella pacifica scena. Un tempo, non si sarebbe mai degnato di volgere lo sguardo su un gruppo di contadine dal volto arrossato, riservando la propria attenzione soltanto per le dame eleganti. Come aveva fatto in precedenza a non rendersi conto di quanto potessero essere belle le lavandaie? Forti e ridenti, si muovevano come per una danza, ed erano gentili, così gentili…

Dopo qualche tempo, la sua curiosità si risvegliò e lo indusse a riprendere in mano il libro, pensando che forse avrebbe trovato il nome del morto, risolvendo così il mistero della sua identità. Ma, quando lo aprì, scoprì che le sue pagine erano coperte da una selva di annotazioni, intervallate da diagrammi, e scritte interamente in codice.

Sbattendo le palpebre, si concentrò maggiormente sullo scritto e il suo sguardo, agendo quasi di propria volontà, cominciò a decifrare la chiave del codice. Si trattava di una scrittura speculare, abbinata a un sistema di sostituzione di lettere, un sistema che poteva essere faticoso da interpretare. Ma una breve parola era ripetuta tre volte nella stessa pagina e gli fornì la chiave che stava cercando. Il mercante aveva scelto un metodo di codifica quanto mai elementare, limitandosi a spostare ciascuna lettera di una posizione, senza neppure prendersi la briga di modificare a tratti quella sequenza. D’altro canto, però, quella non era la lingua ibrana, parlata nei suoi diversi dialetti nelle royacy di Ibra, Chalion e Brajar, bensì la lingua darthacana, parlata nelle province più meridionali di Ibra e nella grande Darthaca, al di là delle montagne.



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